Questa pagina è dedicata a giovani che, come Laura, hanno fatto della loro vita e della loro sofferenza un dono a Dio.
« Completo nella mia carne – dice l’apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza – quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa » (San Giovanni Paolo II – Salvifici Doloris)
CHIARA LUCE BADANO (1971 – 1990)

A Sassello, un paese in provincia di Savona appartenente alla diocesi di Acqui (Piemonte), il 29 ottobre 1971 nasce Chiara Badano.
I genitori, Maria Teresa e Fausto Ruggero Badano esultano e ringraziano la Madonna, in particolare la Vergine delle Rocche, a cui il papà aveva chiesto la grazia di un figlio.
La piccola mostra subito un temperamento generoso, gioioso e vivace, ma anche un carattere franco e determinato.
La mamma la educa attraverso le parabole del Vangelo ad amare Gesù, ad ascoltare la Sua vocina e a compiere tanti atti di amore.
Chiara prega volentieri a casa e a scuola!
Chiara è aperta alla grazia; sempre pronta ad aiutare i più deboli, si corregge docilmente e si impegna a essere buona.
Vorrebbe che tutti i bimbi del mondo siano felici come lei; in modo speciale ama i bambini dell’Africa e, a soli quattro anni dopo che viene a conoscenza della loro estrema povertà, afferma: «D’ora in poi penseremo noi a loro!». A questo proposito, a cui mantiene fede, seguirà molto presto la decisione di divenire medico per poterli andare a curare.
Dai quaderni delle prime classi elementari traspare tutto il suo amore per la vita: è una bambina davvero felice.
Nel giorno della prima Comunione, da lei tanto atteso, riceve in dono il libro dei Vangeli. Sarà per lei il «libro preferito».
Pochi anni dopo scriverà: «Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio».
Chiara cresce e mostra un grande amore per la natura. Portata per lo sport, lo praticherà in vari modi: corsa, sci, nuoto, bicicletta, pattini a rotelle, tennis…, ma in special modo preferirà la neve e il mare.
È socievole, ma riuscirà –sebbene molto vivace- a divenire “tutta ascolto”, mettendo “l’altro” sempre al primo posto.
Fisicamente bella, sarà da tutti ammirata. Intelligente e ricca di doti dimostra una precoce maturità. Molto sensibile e servizievole verso “gli ultimi”, li copre di attenzioni, rinunciando anche a momenti di svago, che ricupererà con spontaneità. In seguito ripeterà: «Io devo amare tutti, sempre e per prima», vedendo in loro il volto di Gesù.
Piena di sogni e di entusiasmi a nove anni scopre il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich con cui intesse una filiale corrispondenza.
Bambina, poi adolescente e giovane come tante altre, si mostra totalmente disponibile al disegno di Dio su di lei e mai vi si ribellerà. Tre realtà si rivelano determinanti nella sua formazione e nel cammino verso la santità: la famiglia, la Chiesa locale –in particolar modo il suo Vescovo- e il Movimento, a cui apparterrà come Gen (Generazione Nuova).
 L’Amore è al primo posto nella sua vita, in special modo l’Eucaristia, che anela a ricevere ogni giorno. E, pur sognando di formarsi una famiglia, sente Gesù come “Sposo”; sarà sempre di più il suo “tutto”, fino a farla ripetere: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io!».
Terminate le elementari e le medie, Chiara sceglie il liceo classico. L’aspirazione a divenire medico per recarsi in Africa non è sfumata.
Ma il dolore inizia a entrare nella sua vita: non compresa e accettata da un’insegnante, viene respinta.
A nulla vale la difesa dei compagni: deve ripetere l’anno.
Dopo un primo momento di sconforto, sul suo volto riappare il sorriso. Decisa affermerà: «Amerò i nuovi compagni come ho amato quelli di prima!»
e offre la sua prima grande sofferenza a Gesù.
Chiara vive in pieno la propria adolescenza: nel vestirsi ama il bello, l’armonia dei colori, l’ordine, ma non la ricercatezza. Alla mamma che la invita a vestire abiti un po’ più eleganti replica: «Io vado a scuola pulita e ordinata: ciò che conta è essere belli dentro!» e si trova a disagio se le dicono che è proprio bella. Ma tutto questo la porta più volte a esclamare: «Quant’è duro andare controcorrente!».
Non si atteggia a maestra, non fa “prediche”: «Non devo dire di Gesù a parole: devo darlo col mio comportamento»; vive il Vangelo sino in fondo e rimane semplice e spontanea: è davvero un raggio di luce che riscalda i cuori.
Percorre, senza saperlo, la “Piccola Via” di Santa Teresa di Gesù Bambino.
Nel gennaio 1986 in una riunione, afferma: «Ho capito l’importanza di “tagliare”, per essere e fare solo la volontà di Dio. E ancora, quello che diceva S. Teresina: che, prima di morire a colpo di spada, bisogna morire a colpi di spillo. Mi accorgo che le piccole cose sono quelle che non faccio bene, oppure i piccoli dolori…,, quelle che mi lascio sfuggire. Così voglio andare avanti amando tutti i colpi di spillo». E, al termine, questo proposito: «Voglio amare chi mi sta antipatico!».
Chiara ha una grande devozione per lo Spirito Santo e si dispone coscienziosamente a riceverlo nel sacramento della Cresima che mons. Livio Maritano, Vescovo di Acqui, le amministra il 30 settembre 1984. Si era preparata con impegno e Lo invocherà spesso chiedendo Luce,
quella luce d’Amore che l’aiuterà ad esserne una piccola, ma viva, scia luminosa.
Ora Chiara è bene inserita nella nuova classe. È compresa e positivamente valutata.
Tutto prosegue nella normalità finché, nel corso di una partita di tennis, un lancinante dolore alla spalla sinistra la costringe a lasciar cadere a terra la racchetta.
Dopo una lastra e un’errata diagnosi, si provvede al ricovero. La TAC evidenzia un osteosarcoma.
È il 2 febbraio 1989: nella Chiesa si ricorda la presentazione di Gesù al tempio. Chiara ha diciassette anni.
Inizia così la sua “via crucis”: viaggi, esami clinici, ricoveri, interventi e cure pesanti; da Pietra Ligure a Torino. Quando Chiara comprende la gravità del caso e le poche speranze non parla; rientrata a casa dall’ospedale chiede alla mamma di non porle domande. Non piange, non si ribella né si dispera. Si chiude in un assorto silenzio di 25 interminabili minuti. È il suo “orto del Getsemani”: mezz’ora di lotta interiore, di buio, di passione…, per poi mai più tirarsi indietro. Ha vinto la grazia: «Ora puoi parlare, mamma», e sul volto torna il sorriso luminoso di sempre. Ha detto sì a Gesù. Quel «sempre sì», che aveva scritto da bambina su una piccola rubrica alla lettera esse, lo ripeterà sino alla fine.
Alla mamma, per rasserenarla, non mostra alcuna preoccupazione: «Vedrai, ce la farò: sono giovane!».
Il tempo scorre implacabile e il male galoppa trasferendosi al midollo spinale. Chiara si informa di tutto, parla con i medici e con gli infermieri. La paralisi la blocca, ma arriverà ad affermare: «Se adesso mi chiedessero se voglio camminare, direi di no, perché così sono più vicina a Gesù». Non perde la pace; rimane serena e forte; non ha paura.
Il segreto? «Dio mi ama immensamente».
Rifiuta la morfina perché le toglie lucidità: «Io non ho più niente e posso offrire solo il dolore a Gesù»; e aggiunge: «ma ho ancora il cuore e posso sempre amare».
Ormai è tutta dono. Sempre in offerta: per la Diocesi, per il Movimento, per la gioventù, per le Missioni…; sorregge con la sua preghiera e trascina nell’Amore chiunque le passa accanto.
Profondamente umile e dimentica di sé, è disponibile ad accogliere e ascoltare quanti l’avvicinano, in particolare i giovani a cui lascerà un ultimo messaggio:
«I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, ma vorrei passar loro la fiaccola come alle Olimpiadi… I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene».
Non chiede il miracolo della guarigione e si rivolge alla Vergine SS. scrivendole un biglietto: «Mamma Celeste, tu lo sai quanto io desideri guarire, ma se non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza per non mollare mai. Umilmente, tua Chiara».
Come un bambino si abbandona all’amore di Colui che è l’Amore: «Mi sento così piccola e la strada da percorrere è così ardua… Ma è lo Sposo che viene a trovarmi!».
Si fida totalmente di Dio e invita la mamma a fare altrettanto: «Non ti preoccupare: quando io non ci sarò più, tu fìdati di Dio e vai avanti, poi hai fatto tutto!». Fiducia incrollabile.
I dolori l’attanagliano, ma lei non piange: trasforma il dolore in amore, ed allora volge lo sguardo al suo “Gesù Abbandonato”: un’immagine di Gesù incoronato di spine, posta sul comodino accanto al letto. Alla mamma che le chiede se soffre molto risponde con semplicità: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri, e la varechina brucia. Così, quando arriverò in Paradiso, sarò bianca come la neve». Nelle notti insonni canta e, dopo una di queste -forse la più tragica- affermerà: «Soffrivo molto fisicamente, ma la mia anima cantava», confermando la pace del suo cuore.
Negli ultimi giorni riceve da Chiara Lubich il nome di Luce: “Perché nei tuoi occhi vedo la luce dell’Ideale vissuto sino in fondo: la luce dello Spirito Santo”. In Chiara ormai non c’è che un grande desiderio: andare in Paradiso, dove sarà «tanto, tanto felice»; e si prepara alle «nozze». Chiede di essere rivestita con un abito da sposa: bianco, lungo e semplice. Predispone la liturgia della “sua” Messa: sceglie le letture e i canti…
 Nessuno dovrà piangere, ma cantare forte e fare festa, perché «Chiara incontra Gesù»; gioire con lei e ripetere: «Ora Chiara Luce vede Gesù!». Poco tempo prima aveva affermato con certezza: «Quando una giovane di diciassette-diciotto anni va in Cielo, in Cielo si fa festa». Le offerte della Messa dovranno essere destinate ai bambini poveri dell’Africa, come aveva già fatto con il denaro ricevuto in regalo per i 18 anni. Questa la motivazione: «Io ho Tutto!»… Come avrebbe potuto fare diversamente, se non pensare sino alla fine a chi non ha nulla?
Alle 4,10 di domenica 7 ottobre 1990, giorno della Resurrezione del Signore e festa della Vergine del Santo Rosario, Chiara raggiunge il tanto amato «Sposo». È il suo dies natalis. Nel Cantico dei Cantici (2, 13-14) si legge: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro”.
Poco prima aveva sussurrato l’ultimo saluto alla mamma con una raccomandazione:
«Ciao, sii felice, perché io lo sono!».
9 ottobre 1990: Omelia di Mons. Livio Maritano al funerale di Chiara Badano
Al funerale, celebrato due giorni dopo dal “suo” Vescovo ossia Mons. Livio Maritano, partecipano centinaia e centinaia di persone, soprattutto giovani. Pur tra le lacrime, l’atmosfera è di gioia; i canti che si elevano a Dio esprimono la certezza che ora lei è nella vera Luce!
Volando in Cielo, ha voluto lasciare ancora un dono: le cornee di quei meravigliosi occhi che, col suo consenso, sono state trapiantate in due giovani, ridando loro la vista. Oggi essi, anche se sconosciuti, sono la “reliquia vivente” della beata Chiara!
 
 

Sito web: www.chiarabadano.org

GIULIA GABRIELLI (1997 – 2011)

Nasce a Bergamo il 3 marzo 1997. Figlia di Antonio Gabrieli e Sara Lecchi, cresciuta a Bergamo, nel quartiere San Tomaso de’ Calvi, insieme al fratello minore Davide, era una ragazza normale, semplice e solare, profondamente cattolica; fra le sue passioni vi erano la scrittura e la danza.
Il 1º agosto 2009, mentre la famiglia si trovava in vacanza al mare, Giulia si accorse di una tumefazione sulla mano sinistra; inizialmente i genitori considerarono la causa come una semplice puntura d’insetto, ma accorgendosi che tale sintomo non regrediva, la ragazza si sottopose ad una serie di esami. La diagnosi risultò essere quella di tumore, un sarcoma fra i più aggressivi; pertanto Giulia affrontò una chemioterapia. Nonostante la malattia, indebolita e sofferente, continuò ad andare a scuola, preparando e superando brillantemente gli esami di terza media, i cui orali dovette sostenere a casa, con una tesina dedicata alla guerra ed alla Shoah, corredata da un’analisi critica su Guernica di Picasso.
Aveva un talento particolare per la scrittura (era stata premiata due volte per i suoi racconti) e le pagine da lei scritte sulla sua esperienza furono in seguito raccolte e pubblicate nel libro intitolato Un gancio in mezzo al cielo, titolo suggerito da un classico di Claudio Baglioni, “Strada facendo”, che Giulia amava in particolare nell’interpretazione di Laura Pausini.
Durante il suo cammino, Giulia si imbatté nella figura di Chiara Badano, che rappresentò per lei un esempio da seguire, in modo che la malattia non la allontanasse dal Signore, ma la avvicinasse a Lui. Non mancò un momento di crisi, in cui si domandò se Dio non l’avesse abbandonata. Recatasi a Padova per una radioterapia, era entrata nella Basilica di Sant’Antonio dove, anche grazie all’incontro fortuito con una donna in preghiera, ritrovò quella gioia nell’affrontare il suo calvario, che non l’avrebbe più abbandonata.
La sua gioia, incredibile nelle sue condizioni, era contagiosa: era lei a consolare e sostenere parenti ed amici, stupendo anche i medici che l’assistevano, che chiamava scherzosamente “i suoi supereroi”. Così facendo non provocava l’allontanamento degli altri, come succede di solito in questi casi, trovando invece in loro uno stimolo ad andare avanti e, nello stesso tempo, riuscendo ad essere anche occasione di conversioni.
Dopo un primo viaggio a Medjugorje aveva intensificato il suo legame con la Madonna, tanto che per il quattordicesimo compleanno aveva chiesto in regalo un secondo viaggio, accompagnata per l’occasione da una cinquantina fra parenti ed amici, cui aveva comunicato il suo entusiasmo. Come logica conseguenza, era assidua nella recita quotidiana del Rosario.
Giulia è morta a Bergamo la sera del 19 agosto 2011, mentre alla Giornata mondiale della gioventù di Madrid era in corso la Via Crucis dei giovani; ed a Madrid, dove si trovava, il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, con il quale aveva intessuto un intenso dialogo spirituale, aveva raccontato la sua storia. Oggi la giovane riposa nel Cimitero monumentale di Bergamo.
Il 7 Aprile 2019, presso il Santuario della Madonna dei Campi di Stezzano, monsignor Beschi, in presenza del postulatore Fra Carlo Calloni e del vice-postulatore don Mattia Tomasoni, ha dato avvio alla fase diocesana del processo di beatificazione, proclamando Giulia “Serva di Dio”

Sito web: www.congiulia.org
CARLO ACUTIS (1991 – 2006)

Nato a Londra il 3 maggio 1991. Nonostante quello che si potrebbe pensare di un giovane candidato agli onori degli altari, Carlo era un ragazzo assolutamente normale, come la maggior parte dei suoi coetanei, ma con un’armonia assolutamente speciale, grazie alla sua grande amicizia con Gesù.
Oltre ai doveri principali del suo stato come quello di studente e figlio, riesce a trovare il tempo per insegnare catechismo ai bambini che si preparano alla Prima Comunione e alla Cresima; a fare il volontariato alla mensa dei poveri dei cappuccini e delle suore di madre Teresa; a soccorrere i poveri che vivono nel suo quartiere; ad aiutare i bambini in difficoltà con i compiti; a fare opere di apostolato con internet; a suonare il sassofono; a giocare a pallone; a progettare programmi con il computer; a divertirsi con i videogiochi; a guardare i film polizieschi e a girare filmini con i suoi cani e i suoi gatti.
“Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita”, scriveva quando aveva solo sette anni.
E da allora è stato sempre fedele a questo programma fino alla sua dipartita per il Cielo avvenuta tra l’11 e il 12 ottobre del 2006 presso l’Ospedale San Gerardo di Monza.
Sin da piccolo Carlo ha sempre mostrato una grande attrazione verso “il Cielo”.
Per una speciale circostanza, data la sua non comune maturità nelle cose di Fede e il suo grande amore per il Sacramento dell’Eucaristia, Carlo fu ammesso alla Prima Comunione a soli sette anni e da allora non ha mai mancato all’appuntamento quotidiano con la Santa Messa e un po’ di adorazione eucaristica o prima o dopo la Messa e il Rosario quotidiano.
Carlo scrive che quando “ci si mette di fronte al sole ci si abbronza… ma quando ci si mette dinnanzi a Gesù Eucaristia si diventa santi”.
Per Carlo “l’Eucaristia è la sua autostrada per il Cielo”, e anche il mezzo più potente per diventare santi in fretta.
Famosa è la sua frase: “Tutti nascono originali ma molti muoiono come fotocopie”.
Per non morire come fotocopia Carlo attinge alla fonte dei Sacramenti, che per Carlo sono i mezzi più potenti per crescere nelle virtù, segni efficaci della misericordia infinita di Dio per noi. Grazie all’Eucaristia Carlo rafforza in modo eroico la virtù della fortezza, che gli donerà quel coraggio comune a tutti i santi, per andare sempre controcorrente e opporsi ai falsi idoli che il mondo costantemente ci propone.
L’Eucaristia alimenta inoltre in lui un fortissimo desiderio di sintonizzarsi costantemente con la voce del Signore, e di vivere sempre alla sua presenza. Facendo così, Carlo riesce a portare quello stile di vita appreso alla scuola dell’Eucaristia: lo stare tra i banchi di scuola, in pizzeria con gli amici o in piazzetta per la partita di pallone, o usare il computer, diventa Vangelo vissuto. Carlo è riuscito in modo straordinario, pur vivendo una esistenza ordinaria come quella di tanti, a dedicare la propria vita, attimo dopo attimo, al fine più alto a cui tutti gli uomini sono chiamati: la beatitudine eterna con Dio.
Carlo, “l’innamorato di Dio”, ha vissuto questa forte presenza del divino nella sua vita terrena e ha cercato in tutti i modi di trasmetterla generosamente anche agli altri e tutt’ora, continua a intercedere affinché tutti possano mettere Dio al primo posto nella propria vita e dire come Carlo: ”Non io ma Dio”; “Non l’amor proprio ma la gloria di Dio”; “La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi , la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”.

Sito web: www.carloacutis.com

MATTEO FARINA (1990 – 2009)

Nato il 19 settembre 1990 dai brindisini Miky Farina e Paola Sabbatini in una clinica di Avellino, scelta dalla mamma per il parto, fin dai primi giorni di vita trascorrerà a Brindisi la sua intera esistenza; il 28 ottobre 1990 ricevette il Sacramento del Battesimo nella Parrocchia “Ave Maris Stella” di Brindisi; la parrocchia, con la quale egli ebbe sempre un profondo legame, è affidata alla cura pastorale dei Padri Cappuccini che trasmisero a Matteo, come agli altri giovani, lo spirito di san Francesco e la devozione verso san Pio da Pietrelcina.
Chi lo ha conosciuto lo definisce “la dolcezza fatta persona”, una caratteristica, questa, che lo accompagnò in ogni momento della sua vita. Già dal primo anno della scuola elementare “G. Calò”, Matteo manifestò il desiderio di imparare, di conoscere cose nuove e belle. Cresciuto in una famiglia che viveva fortemente la fede cristiana, Matteo, a differenza di molti bambini della sua età, si mostrava entusiasta nella partecipazione al catechismo e alla Santa Messa. All’età di otto anni ricevette per la prima volta il Sacramento della Riconciliazione, a cui si sarebbe accostato con serietà e frequenza costante, soprattutto a seguito del sogno fatto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del 2000 in cui san Pio da Pietrelcina, a cui egli fu molto legato, proferiva: “Se sei riuscito a capire che chi è senza peccato è felice, devi farlo capire agli altri, in modo che potremo andare tutti insieme, felici, nel regno dei cieli”. Iniziò così, spontaneamente, all’età di nove anni, il bisogno di Matteo di evangelizzare, con modi garbati e senza mai mostrarsi presuntuoso, tutti coloro che gli erano intorno, dalla famiglia agli amici più stretti, ai conoscenti e, in particolar modo, ai suoi coetanei.
Scriveva così, di questo suo desiderio: “Spero di riuscire a realizzare la mia missione di ‘infiltrato’ tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui); osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore!”.
Una missione, la sua, che sarà accompagnata da un quotidiano ascolto e lettura della Parola di Dio (all’età di nove anni, come impegno quaresimale, lesse tutto il Vangelo di Matteo), ma soprattutto dal vivere la Parola in prima persona.
La preghiera quotidiana fu, per Matteo, un strumento efficace e, durante la recita del Santo Rosario, affidava alla Vergine Maria i bisogni di coloro che lo circondavano.
Il 4 giugno 2000 Matteo ricevette il Sacramento della Prima Comunione. Il suo sentimento per Gesù, da questo momento in poi, crebbe sempre di più, alimentato dalla Santa Messa e dalla S. Comunione tutte le domeniche, dalla confessione assidua, dalla visita a Gesù Sacramento, dalla devozione al Cuore di Gesù con la pratica dei primi venerdì del mese e dalla recita del S. Rosario in onore della “Madonnina”.
Il 10 maggio 2003 ricevette il Sacramento della Santa Cresima dall’Arcivescovo Mons. Settimo Todisco e volle come madrina la sorella Erika, a motivo del loro indissolubile legame.
In quel periodo frequentava la Scuola Media “J. F. Kennedy”, dando grandi soddisfazioni alla sua famiglia per i risultati scolastici raggiunti e facendo emergere, sempre di più, la sua capacità di stringere relazioni di amicizia basate sulla fiducia e sulla sua innata disponibilità verso il prossimo.
Dopo un’estate trascorsa in maniera spensierata, Matteo, nel settembre 2003, a causa di forti attacchi di mal di testa e di problemi alla vista, partì con i propri genitori e lo zio Rosario, per una serie di controlli, dapprima in Italia, negli Ospedali di Avellino e di Verona, e successivamente presso la clinica INI in Hannover, dove venne sottoposto ad un intervento di biopsia al cervello. In questo periodo iniziò a scrivere un diario perché sperava di “riuscire a dare gioia e forza a chi ne ha bisogno”, definendo quello che stava vivendo come “una di quelle avventure che cambiano la tua vita e quella degli altri. Ti aiuta ad essere più forte e a crescere, soprattutto, nella fede (…) Questo è il diario di un bambino tredicenne in un’esperienza spettacolare (…). Ed è proprio il bello di questa avventura: sembra un sogno, ma è tutto vero”.
Le pagine del suo diario ci rivelano un Matteo che affronta il tutto con coraggio, sempre attento alla cura e alla serenità dell’altro, in continuo dialogo con Gesù; non rinuncia, infatti, alla recita quotidiana del Santo Rosario. Un’esperienza, la sua, che gli consentì di maturare velocemente sia dal punto di vista umano che dal punto di vista spirituale.
Dopo una degenza di circa due settimane ad Hannover, Matteo tornò a casa, accolto e circondato dall’amore della sua famiglia e dei suoi amici, convinto che fosse tutto finito. Gli esiti degli esami, purtroppo, indicavano un edema esteso nella zona temporo-occipitale destra del cervello, al di sotto della quale si sospettava la presenza di cellule maligne. Ciononostante, Matteo riprese la sua vita normalmente, impegnandosi con fervore negli esami di terza media, che superò con risultati eccellenti. Si rafforzò poi, in questo periodo, il suo amore per la “Madonnina”, tanto da consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria con la pratica dei primi sabati del mese, e ritrovando piena consolazione e forza nelle parole della Madonna di Fatima.
Sempre fedele al vivere quotidianamente la Parola di Dio, Matteo creò un fondo per le missioni africane del Mozambico, nel quale non solo depositava i suoi risparmi, ma convinse i suoi familiari a rinunziare agli acquisti natalizi, commutandoli in offerta per i bisognosi dell’Africa.
Dopo appena dieci mesi dal ritorno a Brindisi, Matteo ebbe una forte crisi convulsiva, a seguito della quale la sua vista rimase danneggiata, ma questo non lo fermò; continuava, infatti, ad essere un adolescente innamorato della vita. Appassionato di computer, si iscrisse all’ ITIS “G. Giorgi” di Brindisi, ma purtroppo una risonanza magnetica rivelò la necessità di ritornare in Germania per sostenere il primo intervento di craniotomia per l’asportazione di un tumore celebrale di terzo grado. Era il gennaio 2005 e Matteo affrontò tutto con un abbandono incondizionato a Dio e al rispetto della sua volontà.
Dopo 40 giorni di chemio e radioterapia presso l’Istituto “Carlo Besta” di Milano, Matteo rientrò a Brindisi il 2 aprile 2005. Qui riprese progressivamente la sua vita di adolescente, rimettendosi alla pari con il programma scolastico con ottimi risultati, e avendo come sua prima preoccupazione la serenità dei suoi familiari, che confortava con profonda maturità, dimostrandosi mite e premuroso. Amico di tutti, disponibile verso l’altro, Matteo venne soprannominato dai suoi compagni “il moralizzatore”, perché sempre pronto a parlare di Dio e ad incoraggiare la pace nei rapporti di amicizia.
Terminato il biennio, Matteo si trasferì all’ITIS “Majorana” di Brindisi, per coltivare e approfondire la sua passione per la chimica, potendo così studiare la perfezione dell’atomo, in cui percepiva la grandezza di Dio. Il 19 settembre 2005 compiva 15 anni e, in una sua riflessione, manifestava una preoccupazione che gli stava molto a cuore: “Mi piacerebbe riuscire ad integrarmi con i miei coetanei senza essere però costretto a imitarli negli sbagli. Vorrei sentirmi più partecipe nel gruppo, senza però dover rinunciare ai miei principi cristiani. È difficile. Difficile ma non impossibile”.
Matteo continua la sua vita di adolescente sereno e francescano nell’animo, eccellendo negli studi, stringendo amicizie fondate sulla fiducia e il reciproco rispetto e, infine, dedicandosi alla sua grande passione per la musica, con la formazione di un gruppo, i “No Name”, di cui sarà il cantante. Non si allentava, tuttavia, il forte legame che sentiva verso il Signore, anzi, questo si intensificava ancora di più, perché Matteo avvertì la presenza e la guida di Gesù in ogni sua scelta. Ancora non gli era chiaro cosa il Signore volesse da lui come scelta di vita; si sentiva attirato verso il sacerdozio, ma era consapevole delle sue difficili condizioni di salute.
Dopo circa due anni, in seguito ai controlli periodici, iniziava a farsi strada la speranza che la malattia stesse regredendo. Nell’aprile 2007 Matteo conobbe e si innamorò, ricambiato, di Serena, che definirà “il dono più bello che il Signore potesse dargli”, vivendo con lei una relazione di amore puro, fondata sui principi cristiani. I due giovani sarebbero rimasti insieme fino alla fine, sostenendosi a vicenda, anche quando la malattia avrebbe preso il sopravvento, accogliendo il tutto con grande maturità e fede, come volontà del Signore.
Nell’ottobre 2008, mentre si apprestava a frequentare l’ultimo anno delle scuole superiori per poi sostenere l’esame di stato, Matteo partì nuovamente per Hannover perché, dai controlli periodici, risultava una seconda recidiva. La mamma Paola sentì il bisogno di far impartire al figlio l’Unzione degli infermi. Il 9 dicembre dello stesso anno, presso la Clinica INI, Matteo venne sottoposto al primo di tre interventi, che miravano a rimuovere il tumore al cervello.
Le condizioni di Matteo andarono peggiorando e nel gennaio 2009 egli venne sottoposto ad un terzo intervento, finalizzato a consentirgli il ritorno a casa, data, ormai, la constatata impotenza della medicina. Il 13 febbraio dello stesso anno, Matteo rientrava a Brindisi con una paralisi al braccio e alla gamba sinistra, conseguenza delle operazioni a cui era stato sottoposto. Pur costretto ad utilizzare la sedia a rotelle per muoversi, continuava a dimostrare tanta forza e, soprattutto, tanta fede, affidando tutto al Padre e ripetendo spesso: “Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore!”.
Alla fine del mese di marzo, a causa di una forte febbre e della sopraggiunta diminuzione della funzionalità degli arti, Matteo venne ricoverato all’Ospedale Perrino, dove ricevette la visita e la benedizione pasquale da parte dell’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci. I medici, non potendo far più nulla per lui, consigliarono il ritorno a casa di Matteo, che, ormai, aveva solo brevi momenti di lucidità. Ricevette la sua ultima Comunione il 13 aprile 2009. Sempre fedele al suo amore per il Signore, per la “Madonnina” e per il suo prossimo, pur non potendo più esprimersi con le parole, Matteo, alla domanda della mamma di offrire la sua grande sofferenza per la salvezza delle anime, fece cenno di sì con la testa e con gli occhi. Fino all’ultimo fu attorniato dalla presenza, dall’amore e dalla preghiera dei suoi familiari e amici.
Il Servo di Dio morì il 24 aprile 2009.
È molto importante nel contesto di complessità che viviamo, evidenziare come questo giovane si sia distinto non solo nell’affrontare con serietà, impegno e consapevolezza la vita quotidiana, ma anche il delicato passaggio dall’essere ragazzo all’essere giovane, più maturo, più adulto. È affascinante seguire la crescita personale di Matteo, la sua sorpresa nell’apprendere qualcosa di nuovo, il suo percorso interiore.
Sembra che ogni giorno, ogni esperienza gli abbia insegnato qualcosa sulla vita e su Dio; qualcosa di cui lui fa tesoro e che lo aiuta pian piano a scoprire e costruire attivamente la casa del progetto del Signore sulla sua vita, che non vuole mai minimamente contrastare. In un testo scritto a dodici anni si esprime dicendo che «ha imparato a vivere».
La vita, anche nella situazione di malattia o con altre difficoltà, è la sua maestra che a sua volta gli insegna a vivere meglio. In questo modo, quasi naturale, si accorge di diventare gradualmente e spontaneamente uno strumento di edificazione anche per gli altri. Matteo si accorge che crescere e migliorare comporta delle difficoltà da affrontare, ma è animato da un costante spirito di fortezza che lo spinge a non arrendersi
In Matteo emerge un profondo impegno interiore orientato a purificare il cuore da ogni peccato. Il giovane vive questa dinamica spirituale non con pesantezza, sforzo o pessimismo; anzi, dalle sue parole emergono costante fiducia in Dio, sguardo tenace, determinato e sereno rivolto al futuro, accolto come una nuova occasione data per migliorare e far fiorire in lui i doni ricevuti dal Signore. Egli avverte fortemente la necessità di allontanare anche il più piccolo male dalla sua vita, per rispondere con maggiore radicalità e purezza all’amore di Dio e condividere relazioni serene, solidali, gioiose con gli altri.
Da questo impegno di Matteo scaturiscono sentimenti di felicità che sa godere delle bellezze semplici e autentiche della vita: l’amicizia e l’amore, il gioco, il riposo, il viaggio, il creato, la preghiera, la scrittura e la comunicazione.
Infine Matteo ama condividere la sua vita con gli altri. Le cose importanti e belle che ha scoperto per sé le propone e le diffonde perché tutto questo si possa arricchire e dilatare nella gioia della compagnia. Ma a questo si aggiunge per lui un fattore imprescindibile: la fede, i sacramenti, le intuizioni spirituali, il suo rapporto personale con Dio Trinità, con Maria Santissima, con i Santi (particolarmente San Pio da Pietrelcina e San Francesco d’Assisi), non sono tesori da custodire nel chiuso della propria interiorità, ma esperienze da testimoniare e annunciare a tutti, particolarmente ai suoi coetanei e amici, con spirito missionario.
Sia nel periodo precedente alla scoperta della malattia che in seguito, Matteo è sempre attento alle relazioni con gli altri, in particolare con gli amici. Esse sono espressioni della vicinanza di Dio. Se si può riconoscere in lui qualche preferenza o sensibilità maggiore, certamente l’ha avuta ed espressa verso persone e situazioni che richiedevano maggior aiuto e attenzione. Infatti manifesta la sua visione dell’amicizia come promozione del bene dell’altro, aiuto altruistico, incoraggiamento e sostegno verso l’amico. Gli “antipatici” o coloro che ci fanno “alterare” non sono esclusi dalla cerchia delle relazioni di Matteo.
Il suo sguardo, la sua attenzione sono attirati dalla debolezza, dalla fragilità, dalla mancanza di fede degli altri e dal loro stato di difficoltà. Matteo le prende a cuore e mostra premura, tenerezza, compassione per loro. La vera solitudine per Matteo è non aver nessuno da amare, nessuno a cui dare.
È presente in lui un’alta valorizzazione della prossimità, della vicinanza, considerata come dono, possibilità buona di vita condivisa, di incontro, scambio, relazione. Ma Matteo non si lascia trascinare dalla goliardia dello stare insieme. Sa valutare la qualità delle scelte, degli atteggiamenti, e del modo di vivere. C’è un’uguaglianza fondamentale nella dignità che lega ogni uomo ad un altro, anche se di ceto, cultura, provenienza sociale diversa. Se però avesse dovuto scegliere fra mantenere un’amicizia a discapito della fede e della coerenza dell’essere cristiano e di manifestarlo apertamente, Matteo stesso dice:
“L’amicizia, invece, è un sentimento che va coltivato e che deve nascere spontaneamente, perché l’amico vero è difficile da trovare, ma “chi trova un amico trova un tesoro”.  Non colpevolizzo quindi chi mi è vicino e non riesce ad essere mio amico. Concludendo quindi è sì difficile essere cristiano e quindi farsi degli amici (a volte per sostenere la propria fede si possono anche spezzare delle amicizie), ma non dobbiamo temere a manifestare la nostra fede. Anche se tutti ci abbandonassero rimarrebbe sempre Lui, il nostro Dio, il nostro Padre celeste, il nostro migliore amico. Dio!”.
Oltre all’amicizia, per Matteo c’è un tipo di relazione che è particolarmente importante ed è quella tra gli sposi. Egli rappresenta questa relazione attraverso l’immagine della «mano nella mano». In quel gesto, che per Matteo accompagna tutta la vita coniugale di uomo e donna, c’è il mistero del loro amore fatto di compagnia, condivisione, unità profonda.
Una difficoltà che Matteo riscontra nello stare con gli altri, soprattutto i suoi coetanei, è quella di non riuscire sempre a condividere con loro la bellezza della fede.
Lui stesso si chiede cosa sia la fede. Non è capace di dare una definizione: “di preciso non lo so”, scrive; poi riflettendo dà alla fede questo significato:
“La fede non è però attendere grazie da Dio. No!
La fede è aggrapparsi a Dio per diffondere la sua Parola.
È pregare per nutrirsi del suo cibo, quello che servirà per sempre;   è mettersi d’impegno per seguire i piani di Dio nel modo migliore; è chinare il capo senza rialzarlo con orgoglio; è fare il bene nel silenzio e riflettere sul male compiuto”.
Matteo cerca il modo di partecipare e proporre loro la sua fede in Dio, ma è consapevole delle tante resistenze che incontra nel cuore dei suoi amici, ma non li colpevolizza. Si impegna nel comprendere, studia, si industria per fare breccia nel cuore dei suoi giovani coetanei e far entrare Gesù (si definirà l’«Infiltrato»). La loro difficoltà nella fede diventa nel suo cuore interrogativo e progetto per riuscire nell’intento di farli sentire raggiunti dal Vangelo. Egli constata con preoccupazione che la fede oggi è ostacolata dalla «difficoltà ad andare contro corrente» e la mancanza di attenzione degli adulti, nell’educare alla vita cristiana. E comincerà lui, da giovane verso i giovani, a mostrare la sua personale attenzione per loro.
Egli prega continuamente per i giovani e arriva  a dire: “Per quanto mi riguarda spero di riuscire a realizzare la mia missione di “Infiltrato” tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui)…osservo chi mi sta intorno per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore”.
La malattia è arrivata senza preavviso; era un ragazzo pieno di vita, allegro con i suoi progetti per l’avvenire, una ragazza, la musica, lo sport…
Tutto, all’improvviso sembrò cambiare; ma Matteo trovò nella preghiera e nell’amicizia con Gesù la sua forza; è lui stesso che parla del suo cammino nella malattia e dell’incontro con il sacerdote che lo ha aiutato a leggere anche in quello dolora esperienza un sego dell’amore di Dio:
“Un giorno giochi con i tuoi amici, ridi e sei felice. Poi all’improvviso lei, la sofferenza, la malattia. Senza neanche accorgertene vieni catapultato in un mondo che non ti sembra il tuo.
Sembra tutto impossibile, credi che queste cose accadano solo nei film.
Finalmente torni a casa: il Signore è grande, che gioia. Credi di essere guarito, ma poco dopo ti ritrovi di nuovo a soffrire. Non riesci a crederci. Credi che tutto ti stia crollando addosso.
Inaspettatamente, in un pomeriggio che avresti definito comune, che avresti sprecato come al solito a rattristarti, incontri un umile sacerdote, semplice ma saggio. Sotto la sua guida ti riagganci a Dio; ritrovi la gioia, la speranza. Torni a casa, tra parenti e amici, e tutto va splendidamente, sempre meglio. I medici non si spiegano i miglioramenti; ma tu invece lo sai, e ridi…
Vorresti gridare al mondo che faresti tutto per il tuo Salvatore, che sei pronto a soffrire per la  salvezza delle anime, a morire per Lui.
Avrai modo di dimostrargli il tuo amore…”
Certamente, con il passare del tempo e la inutilità delle cure, ha sentito il peso della malattia che via via gli sottraeva la vita: la compagnia degli amici, l’amore della fidanzata Serena; ogni giorno aveva la sua fatica; eppure sapeva che Dio, nel suo amore, non lo aveva lasciato solo:
“Quando senti che non ce la fai, quando il mondo ti cade addosso, quando ogni scelta è una decisione critica, quando ogni azione è un fallimento… … e vorresti buttare via tutto, quando il lavoro intenso ti riduce allo stremo delle forze, sottraendoti tempo per prenderti cura della tua  anima, amare Dio con tutto te stesso e riflettere il  suo amore agli altri. Fatica.
Stringi i denti… eppure non ce la fai.  Dio ti ha lasciato solo? No!
In silenzio ti sta sempre accanto asciugando le  tue lacrime e tenendoti in braccio, finché non avrai la forza di camminare con i tuoi piedi, tenendolo con vigore per mano.
Fatica. “Accucciati” umile tra le sue braccia e lì sarai protetto finché non torna il bel tempo. Tornerai allora a splendere del suo amore, donando anche una carezza, un sorriso, il tuo piccolo contributo per aiutare chi è come te nella difficoltà, nella fatica; portalo da Dio… Risorgerà anche lui con il Nostro Signore ad una vita d’amore”.
Per quanto possa sembrare sorprendente in un giovane di appena 19 anni, Matteo aveva colto in profondità il valore della vita, la responsabilità di avere ricevuto il dono della fede, della famiglia; l’impegno a non buttare via la vita in cose futili, ma vivere in pienezza in senso umano e cristiano:
“Perché mi hai scelto?  Perché la fede e tutti i tuoi doni? Chi sono io per meritare questo?  Sono un servo inutile.
Ma non è questa la domanda giusta.
Chi sei Tu? Chi sei Tu per accontentarti di me?
Quanto è grande il tuo amore se nonostante i miei peccati mi scegli come tuo servo?
Perché me e non altri?
Vorrei immergermi nel tuo amore mio Dio, per poter vedere il mondo come lo vedi tu, anche per poco, per capire come fai a vincere tutto con l’amore.
Sono in mezzo a tanta gente che non crede in Te.
Perché chiami me a testimoniarti?
Ti basta il mio nulla?
Quali sono i tuoi progetti per me?
Come posso servirti?
E’ difficile vivere nel mondo quando la fede ci dice che non siamo del mondo.
Ma se me lo chiedi, se è per questo che mi hai voluto, non è impossibile. Conosci i miei limiti, meglio di me.
Mio Dio ho due mani, fa che una sia sempre stretta a te sicché in qualunque prova io non possa mai allontanarmi da te, ma stringerti sempre più; e l’altra mano, ti prego, se è tua volontà, lasciala cadere nel mondo… perché come io ho conosciuto te per mezzo di altri così anche chi non crede possa conoscerti attraverso me. Voglio essere uno specchio, il più limpido possibile, e, se è la tua volontà, riflettere la Tua luce nel cuore di ogni uomo.
Grazie, per la vita. Grazie, per la fede. Grazie, per l’amore.
Sono tuo”.

Sito Web: matteofarina.com/it/

CHIARA CORBELLO PETRILLO (1984 – 2012)

Nasce a Roma il 9 gennaio 1984.

Insieme alla sorella Elisa, di due anni più grande, cresce in una famiglia che le insegna ad avvicinarsi alla fede sin da bambina. Grazie alla mamma Maria Anselma, dall’età di cinque anni Chiara frequenta una comunità del Rinnovamento nello Spirito. Questo percorso, in cui impara a rivolgersi a Gesù come ad un amico, le insegna soprattutto a condividere la fede con i fratelli in cammino. Col passare degli anni emerge in lei una certa autonomia che la rende molto determinata nelle sue scelte. Il suo è un temperamento tranquillo, non ribelle, che ha modo di esprimersi nel servizio agli altri.

Il fidanzamento con Enrico

Nell’estate del 2002 Chiara si trova in vacanza in Croazia con alcune compagne di liceo. Visto che sua sorella è a Medjugorje (in Bosnia ed Erzegovina), pensa di raggiungerla approfittando della vicinanza. Qui il 2 agosto incontra Enrico Petrillo, un ragazzo romano di ventitré anni in pellegrinaggio con la sua comunità di preghiera del Rinnovamento Carismatico. Chiara, che ha diciotto anni e non è mai stata fidanzata, ha l’intuizione di trovarsi davanti a suo marito.

Tornati a Roma i due si frequentano, si conoscono, si fidanzano. È un rapporto per certi versi ordinario, puntellato da litigi, rotture e pacificazioni. Durante i sei anni del loro fidanzamento il Signore mette a dura prova la fede di Chiara e i valori in cui pensa di credere. Tanto che parlerà di questo come del periodo più difficile da lei affrontato, più duro anche della malattia.

«Dopo 4 anni il nostro fidanzamento ha cominciato a barcollare fino a che non ci siamo lasciati – ha scritto Chiara nei suoi appunti – In quei momenti di sofferenza e di ribellione verso il Signore, perché ritenevo non ascoltasse le mie preghiere partecipai ad un Corso Vocazionale ad Assisi e li ritrovai la forza di credere in Lui, provai di nuovo a frequentare Enrico e cominciammo a farci seguire da un padre spirituale, ma il fidanzamento non ha funzionato fin tanto che non ho capito che il Signore non mi stava togliendo niente ma mi stava donando tutto e che solo Lui sapeva con chi io dovevo condividere la mia vita e che forse io ancora non ci avevo capito niente!».

Il matrimonio, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni

Superate le paure, Chiara ed Enrico si sposano ad Assisi il 21 settembre 2008. A celebrare le nozze è padre Vito, frate minore e guida spirituale di entrambi. Tornati dal viaggio di nozze, Chiara scopre di essere incinta. Le ecografie mostrano però una grave malformazione. Alla bambina, cui verrà dato il nome di Maria Grazia Letizia, viene diagnosticata un’anencefalia. Chiara ed Enrico scelgono di portare avanti la gravidanza e la piccola, che nasce il 10 giugno 2009, muore dopo poco più di mezz’ora. Il funerale, qualche giorno dopo, viene vissuto con la stessa pace che ha accompagnato i mesi di attesa per la nascita e che contagia anche molti dei presenti, ai quali viene data la grazia di sperimentare un pezzo di vita eterna.

Qualche mese dopo Chiara è nuovamente incinta. A questo bambino, cui verrà dato il nome di Davide Giovanni, viene però diagnosticata una grave malformazione viscerale alle pelvi con assenza degli arti inferiori. Anche lui morirà poco dopo essere nato, il 24 giugno 2010. E anche il suo funerale sarà vissuto come una festa.

«Nel matrimonio – scrive Chiara nei suoi appunti – il Signore ha voluto donarci dei figli speciali: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e una gioia sconvolgente».

Francesco e il drago

Fra le patologie dei due bambini non c’è legame. A dimostrarlo ci sono gli esiti dei test genetici, a cui Chiara ed Enrico si sottopongono cedendo alle pressioni di amici e parenti; ma c’è, soprattutto, il fatto che il terzo figlio della coppia, Francesco, è completamente sano. La gravidanza arriva poco dopo la nascita al Cielo di Davide Giovanni. Una settimana dopo aver scoperto di essere incinta, Chiara si accorge però di una lesione alla lingua. Col fondato sospetto che si tratti di un tumore, il 16 marzo 2011 Chiara affronta durante la gravidanza la prima delle due fasi di un intervento per asportare la massa sulla lingua. Per la seconda fase, occorrerà aspettare che Francesco sia nato. Accertato che si tratta di un carcinoma alla lingua, che chiamerà il drago, Chiara sceglie di rimandare le cure per non far male al bambino che porta in grembo. Anzi, sceglie da che medici farsi seguire in base al tempo che le concedono prima di indurre il parto. Aspetta fin quando le è possibile aspettare, e anche oltre.

«Per la maggior parte dei medici – scrive Chiara – Francesco era solo un feto di sette mesi. E quella che doveva essere salvata ero io. Ma io non avevo nessuna intenzione di mettere a rischio la vita di Francesco per delle statistiche per niente certe che mi volevano dimostrare che dovevo far nascere mio figlio prematuro per potermi operare».

Francesco Petrillo nasce il 30 maggio 2011. Finalmente il 3 giugno, con lo stesso ricovero del parto, Chiara affronta la seconda fase dell’intervento iniziato a marzo. Tornata casa, non appena le è possibile comincia chemioterapia e radioterapia ma il tumore si estenderà comunque a linfonodi, polmoni, fegato e persino l’occhio destro, che Chiara coprirà con una benda per limitare le difficoltà visive.

La nascita al Cielo

La foto di Chiara sorridente con la benda è straordinaria se si considera che è stata scattata nell’aprile del 2012: da poco più di dieci giorni ha scoperto di essere una malata terminale. Nelle settimane che seguono, trascorse insieme a suo marito in disparte e lontano dalla città, nella casa di famiglia vicino al mare, Chiara si prepara all’incontro con lo Sposo. Sostenuti dai sacramenti amministrati quotidianamente da padre Vito, che condivide con loro questo tempo intenso, Chiara ed Enrico sono più che mai forti della fedeltà di Dio, che li ha sempre accompagnati in una misteriosa letizia.

Chiara muore a mezzogiorno del 13 giugno 2012, dopo aver salutato tutti, parenti ed amici, uno a uno. Dopo aver detto a tutti Ti voglio bene.

Il suo funerale viene celebrato a Roma il 16 giugno 2012 nella chiesa di Santa Francesca Romana all’Ardeatino. Le persone accorse sono moltissime. Il cardinale Agostino Vallini, presente alla celebrazione, dichiara: «ciò che Dio ha preparato attraverso di lei, è qualcosa che non possiamo perdere». Come i funerali dei suoi due figli, anche questa celebrazione diventa così la testimonianza cristiana dell’inizio di una vita nuova.

Sito Web: chiaracorbellapetrillo.org/

CARLOTTA NOBILE (1988 – 2013)

Nasce il 20 dicembre 1988 a Roma. Sfugge a qualsiasi classificazione: nella sua brevissima vita – è morta di cancro a 24 anni, nel 2013 – è stata talentuosa violinista di fama nazionale, vincitrice di numerosi concorsi nazionali, Direttore Artistico dell’Orchestra da Camera dell’Accademia di Santa Sofia a soli 21 anni, “Donatrice di Musica” presso i reparti oncologici italiani, curatrice artistica e storica dell’arte, scrittrice con due libri pubblicati in vita, operatrice culturale, stagista presso Radiotre, autrice di articoli sull’arte contemporanea e redattrice di rubriche di critica musicale, con all’attivo conferenze “in bilico tra arte e musica”. Ventiquattro anni passati a produrre con una intensità straordinaria, forse nel febbrile presagio di una morte incombente: un gran numero di opere e scritti ancora da scoprire ed il blog anonimo sul cancro, “Il Cancro E Poi_”, col quale ha infuso -e infonde- coraggio e speranza a migliaia di persone.

E poi la malattia, che ella seppe trasformare in una preziosa occasione di insegnamento e di crescita personale, mediante la quale cominciò ad amare i propri limiti e smise di inseguire l’illusione della “perferzione”: «Io non so più neanche quanti centimetri di cicatrici chirurgiche ho. -scriveva Carlotta- Ma li amo tutti, uno per uno, ogni centimetro di pelle incisa che non sarà mai più risanata. Sono questi i punti di innesto delle mie ali

Al risveglio da un coma, a quattro mesi dalla morte, fu illuminata dalla Verità della Fede Cattolica: «Io sono onorata e fortunata di poter portare la Croce con Gioia a 24 anni», scrisse al tanto amato Papa che la ispirò e che di lei disse «questa ragazza mi dà coraggio». Fino al 16 luglio 2013 affronterà il suo calvario trovando nella preghiera conforto, gratitudine e speranza per sé e per gli altri, in uno stato di totale abbandono di sé a Dio: «Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio» la sentirà ripetere il papà durante il travaglio respiratorio dell’ultima notte della sua vita.

Nel febbraio 2018 Carlotta è stata dichiarata “Giovane Testimone” del Sinodo dei Vescovi.

La sua testimonianza di Vita e di Fede, portatrice di frutti sorprendenti, ha fatto il giro del mondo e continua a camminare…

Sito web: carlottanobile.it

NICOLA PERIN (1998 – 2015)

Nasce il 2 febbraio 1998 a Rovigo.

Fin da piccolo, grazie alla testimonianza dei genitori e dei nonni, vive una fede gioiosa e concreta, fatta di piccoli gesti quotidiani e di attenzioni verso il prossimo. Ogni giorno ringrazia il Signore per il dono della famiglia e per il bene che riceve da loro.

Nicola è un bambino allegro, solare, sorridente, dotato di una straordinaria intelligenza, ma anche determinato in ciò che vuole. È curioso, pieno di voglia di vivere e capace di farsi voler bene.

A scuola ottiene sempre ottimi risultati, e le insegnanti e i professori lodano spesso la sua buona educazione e il suo comportamento altruista, in quanto è sempre pronto a dare una mano ai suoi compagni.

L’incontro con Cristo sconvolge la sua vita. Dal giorno della sua Prima Comunione vive un intenso rapporto con Gesù nella preghiera personale e nella partecipazione alla messa domenicale: per Nicola, Gesù diventa un amico, un punto di riferimento. Il sacramento della Cresima, poi, lo unisce più saldamente a Cristo, donandogli una forza speciale per testimoniare la fede.

Nicola è un grande appassionato di pesca (hobby ereditato dal padre e dai nonni) e rugby, sport che inizia a praticare all’età di 6 anni e dove, da ragazzo, fa parte della Monti Junior Rovigo, ricoprendo il ruolo di mediano di mischia indossando la maglia numero 9. Il gioco del rugby ha un ruolo importante nella sua vita poiché gli trasmette alcuni ideali fondamentali che faranno parte per sempre del suo DNA: nobiltà d’animo, lealtà, senso di responsabilità, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, altruismo, amicizia, impegno, gioco di squadra e coraggio.

Man mano che cresce, Nicola si dimostra sempre rispettoso e disponibile verso tutti, semplice e profondamente umile, attento agli altri, sempre accompagnato dal suo incoraggiante sorriso. A un amico confida: “Non possiamo dare niente di scontato nella vita, tanto meno l’amore. Quando mi alzo al mattino, dopo aver ringraziato il Signore per il dono di un nuovo giorno, gli chiedo di poterlo amare attraverso le persone che metterà sulla mia strada, senza nulla chiedere in cambio”.

Nicola crede fermamente nei valori ereditati dalla sua famiglia, quali la generosità, la fede, la purezza, il sacrificio: è sempre disponibile e accogliente verso il prossimo ed esigente con sé stesso nel perseguire le mete che si prefigge senza tirarsi indietro davanti agli ostacoli. Spesso ama ripetere: “Non conta quanto si dona, ma quanto amore si trasmette nel donare”. La felicità fa da sottofondo a ogni sua giornata, vuole vivere una vita piena di senso.

Il mondo della scuola e dello sport è il suo banco di prova dove, con grande entusiasmo, mette in pratica tutti gli insegnamenti ricevuti, andando spesso contro corrente. È stimato e apprezzato dai suoi compagni e questo gli permette di evangelizzare senza temere di essere criticato o deriso. Nonostante la sua giovane età, emana un fascino particolare che lo rende autorevole nella parola e nell’azione, facendo rimanere affascinati quanti gli si avvicinano.

Il 9 luglio 2013, all’età di 15 anni, inizia per Nicola una grande prova. Da alcuni giorni si sente più affaticato del solito, quindi si sottopone a diversi accertamenti e la diagnosi non tarda ad arrivare: leucemia. In un istante, la sua vita e quella dei genitori cambia. Nicola piange per giorni e vive momenti di ribellione e sentimenti di abbandono. Nonostante ciò, scrive a un amico: “Mi aspetta un’altra dura battaglia. Un’altra lotta. Un’altra partita da vincere. La vita è anche questo, ma chi supera questi momenti diventerà una persona forte, coraggiosa, che sa che cosa vuol dire soffrire per una giusta causa, che conosce il vero dolore e sa apprezzare i veri tesori della vita come la salute, l’amicizia, avere una famiglia al tuo fianco: io mi sento una di quelle persone. IO NON MOLLO!!!”

Da quel giorno comincia un lungo ricovero all’ospedale di Padova, che diventa, per lui e i suoi genitori, una seconda casa. Nicola affronta la malattia con una fiducia strabiliante nella Divina Provvidenza, sempre sorridente. A volte piange, ma non si ribella, non maledice: pur essendo chiuso in ospedale, è sereno. A sua madre confida: “Lotto ogni giorno per essere una persona serena. Ogni giorno provo a cercare la felicità in ogni cosa che mi è concessa di fare. Dipende da noi trovarla. Chi ci ha dato l’idea che per essere felici dobbiamo per forza avere tutto?”

È in questo momento che Nicola comprende fino in fondo quali sono le cose importanti nella vita: capisce che la vita può essere molto breve e che non va sprecata in cose inutili e senza senso. È lui, dal suo letto d’ospedale, a insegnare agli altri l’amore per la vita e la voglia di non mollare: “È compito di noi ammalati far capire ai sani quanto la vita è meravigliosa e degna di essere vissuta sino alla fine. Vivere e dare la vita è un grande dono”.

Il Vangelo diventa la guida nei mesi difficili della malattia. Nicola si abbandona a Dio, perché sa che il Signore gli è sempre vicino e questo gli permette di non perdere la speranza e di sopportare le avversità della vita. Si lascia amare da Lui che non delude mai anche quando sembra che le cose vadano tutte nel verso contrario; sa che la sua vita è abitata, e con quella Presenza cambia tutto.

Nell’ospedale di Padova continua a studiare, sia grazie agli insegnanti che fanno servizio in reparto, sia tramite Skype dove si tiene in collegamento con i professori di Rovigo; questo gli rende la vita apparentemente normale e la malattia a tratti più leggera.

Per Nicola, l’unica terapia alla malattia è il trapianto di midollo osseo; non si trovano però donatori compatibili e così si decide per suo padre: è lui, il 14 gennaio 2014, a donare a Nicola la vita una seconda volta. Per 50 giorni Nicola non può uscire dall’area trapianti, ma sopporta tutto con serenità e coraggio. Quando poi le cose sembrano andare meglio, ecco che la malattia si ripresenta. A novembre subisce un secondo trapianto di midollo e stavolta la donatrice è sua madre. Rimane nuovamente “segregato” nella sua camera d’ospedale per un mese, ma l’ottimismo e la speranza non lo mollano un istante. Ogni giorno rinnova il suo abbandono alla volontà di Dio: “So che Gesù mi è vicino, mi vuole bene e mi aiuta; faccio e accetto quello che decide lui”. Poco dopo la malattia ritorna, più forte che mai.

Il 4 luglio 2015 Nicola riceve il sacramento dell’Unzione degli Infermi che lo rafforza nella fede e nella lotta contro la malattia. Prega dicendo: “Signore, attraverso la forza del tuo Spirito ti chiedo di guarire la mia anima e se è nella tua volontà anche il corpo”.

Come quando era in salute, anche durante la malattia Nicola non pensa solo a sé stesso; quando prega insieme ai suoi genitori e al suo parroco chiede a Dio aiuto e consolazione per tutti coloro che sono ricoverati in ospedale.

Nicola attraversa tanti momenti dove sperimenta l’oscurità avvolta dal non senso, la “notte del silenzio”, ma non si lascia deprimere perché, nonostante tutto, mantiene viva la speranza di una vita nuova.

L’8 dicembre 2015 viene ricoverato per l’ennesima volta in ospedale: le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Il 22 dicembre, due giorni prima di morire, come ultimo gesto chiede a suo padre: “Mi aiuti a fare il segno della croce?” Non ha più le forze per compiere quel gesto, ma non vuole darla vinta a quella malattia che gli ha rubato il vigore del fisico ma non la speranza. Sente che il Signore è al suo fianco e questo gli dà consolazione: “Signore, voglio vivere e morire facendoti onore, come un vero figlio”.

Nicola si spegne la Vigilia di Natale del 2015 all’età di 17 anni.

Sito web: nicolaperin98.wordpress.com/331-2/

ANGELICA TIRABOSCHI (1995 – 2015)

Nasce a Treviglio (BG) il 22 novembre 1995.
Angelica, una ragazza di 19 anni di Pontirolo Nuovo (provincia di Bergamo e diocesi di Milano), è un meraviglioso fiore del giardino di Dio che ha lasciato un ricordo indelebile nel cuore di tutti. Apprezzata e conosciuta per la sua semplicità, profondità, dolcezza, spontaneità, solarità e gioia di vivere. Ha conosciuto presto il significato della croce che ha accettato, accolto e portato fino in fondo con la forza della fede e della preghiera, che le hanno permesso di dare un significato ad ogni prova e sofferenza da affrontare. Il suo bellissimo sorriso è sempre stato un segno distintivo e faceva intuire che la sua forza e fiducia era in quella “Perla preziosa” che aveva scoperto e dato senso pieno alla sua vita.

E’ entrata a far parte del gruppo “Shalom” del Rinnovamento nello Spirito Santo di Zorzone (frazione di Oltre il Colle-Bg), nel 2005 a soli dieci anni e nel giugno 2013 ha intrapreso con entusiasmo il cammino di “vita nuova”, ricevendo la preghiera di effusione il 23 di quello stesso mese. Una delle parole più significative per lei è stata il salmo 131: “Signore non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo. Non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia”. Questo cammino ha dato una spinta e una motivazione ancora più forte alla sua vita di fede e gli ha permesso di affrontare  quello che di lì a poco l’avrebbe fortemente toccata nel corpo e provata nello spirito.

Appena conseguita la maturità psicopedagogica all’Istituto Secco Suardo di Bergamo nel giugno 2014, l’inaspettata scoperta del “male”. Durante una spensierata giornata al CRE (centro ricreativo estivo per ragazzi organizzato dalla parrocchia) come animatrice, un bimbo le corre incontro abbracciandola e in quel momento avverte una dolorosa fitta al petto che la costringe a fare subito degli accertamenti. Di lì a poco la sconvolgente notizia che dà inizio ad un calvario duro da salire: tumore al seno. La sua determinazione e il grande coraggio insieme a delicatezza e discrezione, le permettono di vivere questo periodo fatto di speranze e progetti ma anche di amarezze e delusioni con uno spirito di fiducia e abbandono alla Divina Provvidenza ammirevole. Il suo desiderio è quello di tutelare se stessa e proteggere le persone che ama da ogni sofferenza e dolore e ogni cosa è da lei vissuta col sorriso di Dio.

La sua grande fede le dona quella forza indescrivibile e gioia contagiosa che non riesce a tenere per sé ma riversa su coloro che la amano, la conoscono, la incontrano e hanno la grazia di condividere con lei un piccolo tratto della sua breve ma significativa vita; perché come ama ripetere spesso: “non dobbiamo dare anni alla vita, ma vita agli anni”. Dopo diversi cicli di chemioterapia, nel febbraio 2015 affronta un intervento chirurgico invasivo e doloroso che la mette alla prova fisicamente e moralmente.

I medici le consigliato alcune sedute dallo psicologo per essere aiutata in questo difficile e tormentato cammino ma lei garbatamente risponde: “Io ho uno psicologo più forte del vostro”; incuriositi le chiedono chi sia e lei, senza pensarci un attimo risponde: “É Gesù”. Di lì a poco scrive: “É meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. Il Signore mi ha provato duramente ma non mi ha consegnato alla morte. Celebrate dunque il Signore perché è  buono: eterna è la sua misericordia (dal salmo 117). Ho sperato contro ogni speranza ma non è stato vano. Queste parole sono i cardini principali per affrontare una sofferenza poiché ricordano che abbiamo un Consolatore per eccellenza: Dio. Penso che ogni uomo, almeno una volta nella vita, si trovi ad affrontare questo incontro con la morte, sia essa reale o figurata, e ognuno è libero di decidere se scappare o affidarsi a Colui che tutto può e dà forza! Domando così al Signore di darmi la forza per portare la croce”.

Il 20 aprile 2015 partecipa con lo zio alla giornata della “misericordia” a Seregno (Mi) e qui accade un fatto particolare: al passaggio del sacerdote con il SS. Sacramento tra la gente, appena arrivato davanti a lei, prima di proseguire, si ferma improvvisamente come ad esserne attratto. Poco prima un piccolo gruppo di giovani prega su di lei e una delle parole proclamate è tratta dal Vangelo di Luca Cap. 10-20, 21: “Ti rendo grazie Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. Emerge molto spesso questo tratto di umiltà e abbandono che la caratterizza e la rende così unica e speciale agli occhi di Dio. Il 2 agosto esprime il desiderio di partecipare con gli zii a una delle giornate di spiritualità organizzate dal gruppo “Maria” di Bergamo dal tema: “Quando soffrivo dov’eri? Accanto a te!”. Anche questa è un’ulteriore occasione per riflettere su quello che sta vivendo.

Sempre dal suo cuore prendono forma e vita pensieri stupendi che scrive per se stessa o ad amici e parenti in diverse occasioni, lasciando senza parole per la profondità e immediatezza con cui arrivano al cuore di chi li riceve. Un esempio lo ritroviamo in questo stralcio di lettera scritta al padre: “Mi sento sempre felice perché non aspetto niente da nessuno e so che chi mi Ama ed Amo mi è sempre vicino, perché Colui che mi dà la forza è in me viva presenza. Sai, aspettare sempre, fa male. Ma i problemi non sono eterni e hanno sempre una soluzione!!! Semplicemente devi confidare e affidare la tua anima a Gesù Cristo Nostro Signore. Bisogna essere forti e sollevarsi dalle cadute, sotto il peso della croce che ci pone la vita, per ricordarci che dopo il tunnel oscuro e pieno di paure, arrivano cose molto buone perché non esiste male che non passi al bene. Per questo ama il Signore della vita e dell’amore, sii felice e sempre sorridi… vivi intensamente l’amore di Gesù Cristo e dello Spirito Santo che hai dentro te stesso e nel tuo cuore ed attraverso ciò che di buono e di bello ti hanno donato ricorda: prima di discutere… respira, prima di parlare… ascolta, prima di arrenderti… tenta, prima di criticare… esaminati, prima di scrivere… pensa, prima di Morire… Vivi!. Chi non dà valore a ciò che ha, un giorno si lamenterà per averlo perso. Se vuoi essere felice, rendi felice qualcuno. Se desideri ricevere, dona un po’ di te. Nella preghiera c’è chi ti farà vivere esperienze stupende!!! Una creatura forte sa come mantenere in ordine la sua vita; anche con le lacrime agli occhi si aggiusta per dire con un sorriso “sto bene!”: non ti preoccupare, Dio è Amore e nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici. Porta sempre la fede nel cuore e pensa con speranza e dolcezza che un giorno nella Sua luce tutto sarà migliore. Nel nome di Gesù Cristo Nostro Signore ho imparato che vivere è arrivare dove tutto inizia, amare è andare dove nulla finisce”.

Il 29 agosto 2015 con le braccia aperte, il sorriso sulle labbra e la corona del rosario accanto a lei, raggiunge il suo sposo celeste: Gesù. La sera prima, alla vigilia di questo “incontro”, il gruppo “Shalom” di Zorzone si era riunito in adorazione per pregare per lei e forte era risuonata la parola profetica: “Ecco lo sposo andategli incontro”. É stata davvero una festa quell’incontro che Angelica aveva preparato e desiderato da sempre con la “lampada accesa”.

Il suo esempio e i suoi pensieri sono il più grande testamento spirituale e l’eredità preziosa che ci ha lasciato. Una luce chiara e luminosa sul cammino da seguire e il traguardo da raggiungere dopo aver combattuto la “Buona Battaglia”. Come ha scritto nella sua bellissima lettera posta sulla bara: “Io credo in te Gesù, appartengo a te, Signore. É per te che io vivrò, per te io canterò con tutto il cuore. A te, mio Dio, affido me stessa con ciò che sono per te Signore. Il mondo mio è nelle tue mani, io sono tua per sempre. Ti seguirò ovunque tu andrai, tra lacrime e gioia ho fede in te. Camminerò nelle tue vie, nelle promesse per sempre. Dopo un po’ impari ed incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta, gli occhi aperti con la grazia  che viene da Dio… Ed impari a costruire tutte le strade della vita oggi, perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani. Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori. E capisci che puoi davvero sopportare, che sei forte e che vali. Perché non possiamo cambiare la direzione del vento, ma possiamo sistemare le vele in modo da poter raggiungere la nostra destinazione in Cristo Gesù Nostro Signore. A tutti coloro che ho conosciuto ed incontrato e a tutti coloro che e a cui non l’ ho potuto fare, Grazie di tutto, di cuore, con immenso ed infinito Amore. Per sempre Angelica”

La barca della sua vita è sempre stata pronta perché il suo faro era lì davanti a lei. Ha dovuto solo sistemare le vele per raggiungere la sua destinazione in Cristo Gesù. Angelica è uno di quei “doni preziosi” difficili da lasciare andare via. Non potrà mai essere dimenticata perché il suo ricordo è come una stella luminosa che brilla nel firmamento e continua a guidare e proteggere tutti i suoi cari. La certezza che è Viva e nella Gioia piena, è confermata da uno dei suoi ultimi scritti: “Qualunque sarà il finale, sarà bellissimo perché o resterò con voi che Amo o andrò nelle braccia di Cristo e vi Amerò per Sempre.

Sito web: angelicatiraboschi.it

CATERINA MORELLI (1981 – 2019)

Chi ha avuto la grazia di incrociare la vita di Caterina Morelli, di incontrarla in questi ultimi anni della sua giovane vita, non è riuscito a passare indenne da una attrattiva e fascino che la sua persona suscitava. Infatti al suo funerale, celebrato sabato 9 febbraio 2019 alla Basilica della Santissima Annunziata, c’era davvero tanta gente, chi dice 1000, chi dice 2000. Poco importa i numeri, era un grande popolo che diceva grazie per aver incontrato Caterina, dispiaciuto della sua dipartita, ma grato e talmente grato da voler fare festa come in effetti è accaduto. Una celebrazione composta, sentita, ma anche festosa, calorosa, fino ai fuochi d’artificio per accoglierla all’uscita della Basilica. Suo marito Jonata, insieme ai due bellissimi figli Gaia e Giacomo, nell’immenso dolore che stavano vivendo, hanno voluto che il funerale fosse una festa, perché così voleva Caterina, non per dimenticare la morte, ma perché Caterina ha vissuto la sua morte come un cammino verso la Gioia, verso quella Festa che non avrà mai fine. E nei giorni seguenti il funerale, a San Pietro a Careggi dove la salma ha sostato in attesa di riposare al cimitero di Brozzi, è stato un via via di persone che volevano salutarla ancora, pregare, raccontare, incontrarla, e così a San Donato a Livizzano domenica pomeriggio nella celebrazione della messa in suo suffragio. E tanti segnali portano a pensare che la storia di Caterina non è finita con la sua scomparsa.

Sito web: caterinamorelli.org/it/

DON CESARE BISOGNIN (1956 – 1976)

Cesare Bisognin, nato a Torino in una famiglia credente, maturò la vocazione al sacerdozio frequentando l’oratorio e la parrocchia dei SS. Pietro e Paolo a Torino, nel quartiere di San Salvario. Terminate le scuole medie, il 5 ottobre 1970 entrò nel Seminario Minore della diocesi di Torino e s’iscrisse all’istituto magistrale. Il 7 ottobre 1974 passò a frequentare i corsi teologici presso il Seminario Maggiore. Già da un mese circa, tuttavia, aveva cominciato ad avvertire un forte dolore al ginocchio sinistro e si sottopose ad alcuni accertamenti: gli venne diagnosticato un osteosarcoma al terzo inferiore del femore sinistro. Fu pellegrino a Lourdes e a Roma nell’Anno Santo 1975 e continuò a tenersi in contatto con il Seminario. L’arcivescovo di Torino, il cardinal Michele Pellegrino, dopo alcune iniziali resistenze, comprese di doverlo ordinare sacerdote, ottenuta la dispensa speciale da papa Paolo VI. Tra la Settimana Santa e l’Ottava di Pasqua il giovane ricevette in rapida successione i ministeri e il diaconato e domenica 4 aprile fu ordinato sacerdote in casa sua dal cardinal Pellegrino. Don Cesare morì ventiquattro giorni dopo, il 28 aprile; aveva 19 anni. I suoi resti mortali riposano da allora presso il Cimitero Monumentale di Torino.

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